mercoledì 18 dicembre 2013

Don't worry, futtittinni

Ho passato una settimana in Sicilia, non c'ero mai stato prima.

È dicembre, tra un paio di settimane è Natale, ma alla Sicilia non interessa (o forse non è stata informata a riguardo), là è estate.
Sono stato nelle due città principali, ma essendo andato per lavoro, sono riuscito a ritagliarmi solo una giornata e mezza di libertà in ognuna.
Very pittoresco.

Prima tappa: Catania.
Sono stato accolto dall'Etna fumante, mentre un espansivo taxista raccontava vita, morte e miracoli di ogni singolo angolo di strada.
Dopo una passeggiata sul bel lungomare (durante la quale ho rischiato di essere sbranato da un cane) mi sono fermato per una mezz'oretta ad attendere il bus, ascoltando le avvincenti confessioni di una vecchina e delle sue malattie. L'ho dovuta abbandonare perché il bus non accennava ad arrivare (mezzi pubblici: bocciati), e infatti sono arrivato a destinazione prima andando a piedi.
Poi ci si chiede perchè 4 dodicenni vanno in giro su uno scooter senza l'ombra di un casco, tsè. E' colpa dei mezzi pubblici che non funzionano!
Una cena è stata interrotta/animata da due suonatori indigeni arrivati a far baldoria, con tanto di impianto di amplificazione a tracolla, diventati in pochi minuti l'attrazione della serata.
Ma nonostante tutto questo, ciò che mi è sconvolto di più è stata una via con O-T-T-O negozi di maniglie nel giro di 200 metri. ...e poi dicono che c'è crisi.

Seconda tappa: Palermo.
Ho visitato il Teatro Massimo, il teatro più grande d'Italia e il terzo d'Europa. Qualcosa di maestosamente meraviglioso. E visto che non mi faccio beccare nulla, l'ho fatto durante le prove per lo Schiaccianoci, sbirciando anche i ballerini durante il riscaldamento mattutino alla sbarra. Ho pensato di entrare urlando "AH-HA!" e umiliarli facendo qualche piroette in arabesque, ma poi ho ritenuto corretto non umiliarli, d'altronde li aspettava una giornata difficile, si sarebbero potuti demoralizzare.
Ho sbirciato una bottega di pupi siciliani e ho avuto i brividi da quanto erano belli. Purtroppo non sono riuscito a vedere uno spettacolo, è il mio rammarico più grande.
Ho girato per mercatini delle pulci che sembravano la Portobello Road di Mary Poppins, il mercato di Ballarò con pesce e frutta fresca venduta a stretto contatto con i motorini che sgasano, e i vicoletti dove i bambini di 6 anni sghignazzano allegramente
Ho visto la prima Chiesa bi-partisan della storia, con un albero di Natale di fianco all'altare.
Ah, Palermo è stata riconosciuta come città col miglior cibo da strada del mondo. Sottoscrivo. Un po' perché ci trovi le pizze più morbidose che abbia mai visto, ma poi i cornetti al bar per fare colazione sono così:

Se ve lo state chiedendo, non sono in possesso dell'unico micro-iPhone esistente.

Non riesco ancora a capacitarmi del fatto di non essere ingrassato di 10 chili in pochi giorni.



Ah, per questo viaggio ho preso tre aerei in una settimana e mi sono reso conto di avere un nuovo superpotere: l'occhiata fulminante in grado di bloccare sul nascere l'applauso da Italiano Medio all'atterraggio.
E funziona. Ora chi mi ferma più.

sabato 30 novembre 2013

Sì, viaggiare.

Da più di un mese non sono a casa mia.
Girovago felice, costretto per impegni lavorativi a ormeggiare in diversi moli.
Quasi una settimana a Lucca per la fiera del fumetto, e quattro settimane a San Marino per il montaggio di uno spettacolo.
Anche se mi sono continuamente allontanato da casa per qualche giorno, sono sempre tornato alla base e avevo la mia alcova con tutte le cose, persone e luoghi che mi hanno sempre circondato. Anche se ho sempre trascorso le giornate immerso nella mie passioni, credevo che questo distacco sarebbe stata più duro. E invece mi sono reso conto che mi basta qualcosa da leggere, e un portatile con cui scrivere articoli e spettacoli la sera rilassandomi in hotel dopo le fatiche quotidiane, e posso stare bene dappertutto.

Tra qualche mese avrò una nuova "casa mia", quindi comincerà un'altra avventura.
Da settimana prossima partirò per una tournèe teatrale, quindi ogni settimana sarò in una città diversa, un'altra esperienza entusiasmante e che sicuramente sarà strana per il nuovo stile di vita.

A tal proposito, oggi pomeriggio ho la Prima di Scooby-Doo! Il Mistero della Piramide.
Il primo spettacolo che faccio fuori dall’accademia, il primo musical professionale, il primo spettacolo che mi porterà a calcare i principali palcoscenici d’Italia.
È stato un mese pieno di fatiche, problemi e frustrazioni, ma anche sorrisi, emozioni e momenti speciali. Perché in fondo, fino a pochi anni fa avrei dato tutto per trovarmi in questa situazione ad affrontare difficoltà di questo tipo. E ora sono qui. Non si scherza più.
Mi impongo una sorta di silenzio-stampa, non voglio più scrivere di Scooby-Doo su questo blog, un po’ per non diventare monotematico, un po’ per non anticipare nulla agli amici che verranno a vedermi nelle varie città.
Se ne riparla a fine tournée, con un bilancio conclusivo della tournée.

Another opening, another show…

domenica 10 novembre 2013

Una Piccola Impresa Italiana

Da troppo tempo la crisi è intorno a noi, argomento all'ordine del giorno e capro espiatorio della maggior parte dei problemi che ci affliggono.
Non voglio sminuire la gravità della situazione, ne sono consapevole e sono anch'io spaventato dalle possibili conseguenze, ma ogni volta che sento parlare di "fuga di cervelli" penso proprio che sia una -fuga-.
Intesa come non voler affrontare un problema, scappare verso una Terra Promessa dove tutto è più facile, perché in fondo noi italiani abbiamo nel nostro DNA il gene dell'emigrante e allora via! verso nuovi orizzonti.
Io però all'Italia ci tengo, ci sono affezionato: qui ho molte persone care, qui ci sono i tortellini, qui abbiamo una cultura che -nonostante tutti i tentativi di distruzione dall'alto- all'estero se la sognano, e allora chi me lo fa fare di andarmene? Di scappare?
Non voglio credere che sia impossibile raggiungere qui i propri obiettivi.

Qualche settimana fa ho visto al cinema "Una Piccola Impresa Meridionale", il nuovo film di Rocco Papaleo. I protagonisti sono un gruppo di persone - alcune si conoscono da una vita, altre da pochi giorni - che convivono in un vecchio faro, in odore di demolizione. Un edificio molto affascinante, ma per rimetterlo a nuovo servono troppi soldi, non ne vale la pena.
Meglio vendere tutto e con l'incasso comprare una barca e andarsene in giro per il mondo.
E invece no, il manipolo di irriducibili decide di rimboccarsi le maniche e si dividono i compiti: ognuno fa quello che sa fare meglio e allo stesso tempo cerca di fare cose mai fatte prima, supportandosi a vicenda in un clima di solidarietà reciproca.
Non è qualcosa che può avvenire sempre, ma questi micro-cosmi quasi magici avvengono, ne ho la prova. E quando ti ci ritrovi in mezzo si può fare qualcosa di diverso dalla mediocirtà italiana, si possono aggirare ostacoli e iter burocratici ostili.
Basta trovarsi, aiutarsi, crederci. Si dovrà faticare, sudare, cadere e rialzarsi molte volte, ma la soddisfazione alla fine è impagabile.
Oppure si può dare la colpa all'Italia che non fa più trovare la pappa pronta come negli anni del boom economico, scaricabarilando le responsabilità.

martedì 29 ottobre 2013

Freaky Saturday

Quante volte vi è capitato di desiderare di scambiare la vostra vita con quella di un'altra persona?
A me mai.
Sono serio: sono una persona felice, sono soddisfatto di ciò che ho e dei traguardi che sto raggiungendo, le persone che mi stanno attorno mi strappano un sorriso.

Ma non è così per tutti, ci sono anche un sacco di racconti e film basati su uno scambio di identità che si verifica in modo più o meno magico: un ricco che si scambia con un povero, un uomo che si scambia con una donna, un figlio che si scambia con il genitore...
La morale di solito è sempre quella: dopo qualche giorno ognuno ritorna a vivere la propria vita, comprendendo che se all'inizio l'erba del vicino è sempre più verde, ognuno ha le proprie gioie e dolori, però alla fine essere ciò che si è sempre stati non è poi così male...
Ma la curiosità di aprire una finestra nelle vite degli altri rimane e, per quanto mi riguarda, se mi capita l'occasione lo faccio. Non è la prima volta, ho già deciso senza motivi troppo validi di trascorrere una giornata da barista, di cambiare programmi e fare qualcosa di diametralmente opposto dal mio stile di vita e dalle mie abitudini.
Per un giorno, sbircio nel mondo reale cosa fanno le altre persone che non sono me, condividendone i rituali e la quotidianità. Comportarsi come qualcun altro, che è poi quello che è richiesto a un attore.
Sabato scorso, è successo questo:

In 24 ore mi è successo davvero di tutto, un mondo di situazioni diverse da ciò che vivo ogni giorno, nel video se ne vede solo una piccola parte...
Sono stato svegliato da un bambino di 1 anno e mezzo che senza avermi mai visto prima è ventuo ad abbracciarmi nel divano letto, ho letto libri per bambini facendo le voci buffe, ho cambiato pannolini, ho distribuito Viagra in farmacia, ho scoperto un sacco di inaspettate conoscenze in comune, ho conosciuto le foglie appiccichine, ho aiutato a preparare una focaccia che poi non sapevo riconoscere, sono stato umiliato al torneo di biliardino in una parrocchia sui monti, e molto altro ancora.
Sono stato accolto da una famiglia che non mi aveva mai visto prima (se non sul palcoscenico) e che mi ha fatto sentire davvero a casa. È affascinante entrare nelle dinamiche e nel mondo che delle persone si sono costruite, come una mosca che può sbirciare liberamente. E divertirsi, aiutarsi a vicenda...
Chiedo scusa a chi trova assurdo il mio ottimismo, ma finché può esistere una giornata come questa, condivisa da due sconosciuti, io continuerò ad avere fiducia nel prossimo.

...ah, e tranquilli: se avete voglia di vedere spettacoli del Teatro a Molla andate pure a teatro senza timore, non sono solito ripetermi quindi dubito che mi insinuerò di nuovo nella vita di uno spettatore in questo modo. Ma si tratta pur sempre di teatro d'improvvisazione, state attenti perché non si sa mai cos'altro potrebbe accadere!

domenica 20 ottobre 2013

Irony Man

"Beati quelli che sanno ridere di stessi, perché non finiranno mai di divertirsi."

Uno degli aspetti della mia persona che preferisco è quello di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, e anche in una situazione negativa riesco sempre a trovare il lato comico che mi permette di sdrammatizzare e alleggerire l'atmosfera.
Non è un voler essere per forza il pagliaccio di turno, è semplicemente un approccio più rilassato alla vita.
Hakuna Matata!
Ho sempre cercato di seguire questa filosofia, ma mi sono reso conto di quanto fosse radicata in me quando dopo un incidente, al quale sono sopravvissuto per miracolo, la mia prima reazione è stata rispondere con sarcasmo a chi tentava di venirmi in aiuto.
È inutile, potete farmi le peggiori bastardate, ma non mi vedrete ribaltare tavoli o urlarvi addosso. Però posso prendere tutta la mia energia positiva, concentrarla in una sfera color arcobaleno e poi scagliarvela contro. Quindi, state attenti.

Preferisco ridere degli altri, ridere delle sfortune, ridere di me stesso. Ho dei difetti e ne sono consapevole, ma io per primo mi prendo in giro. Se faccio una cavolata, probabilmente sarò il primo a raccontarla in giro e a bullarmi di quanto io sia stato stupido.

...e poi ridere fa bene alla salute, è scientificamente provato.
I bambini ridono in media 400 volte al giorno, gli adulti 15. La domanda giusta non è "Perché ridi?" ma "Perché non ridi più?"
Solo perché io rido spesso, non significa che la mia vita sia sempre facile. Solo perché ogni giorno ho un sorriso sul volto, non significa che qualcosa non mi stia preoccupando. Semplicemente scelgo di andare avanti e cerco di vivere tralasciando ciò che è negativo.
È facile dire: "Questo mondo è uno schifo". È molto più difficile mettersi lì e dire: "Adesso provo a spiegarti perché devi avere delle speranze."

Vale la pena arrabbiarsi, entrare in modalità aggressiva o di autocompatimento?
Lo so, questo il più delle volte fa sì che dall'esterno io sia visto come una persona con la profondità di un Teletubbies... sarebbe molto più figo fare uno sguardo cupo e guardare l'orizzonte con un mantello nero seduto su un gargoyle.
Ma non è da me.
Preferisco fare una risata in più, piuttosto che piangermi addosso.

Puffunghé.

sabato 12 ottobre 2013

Che cosa desidero?

"Che cosa desideri? Che cosa ti rende felice? Che cosa ti piacerebbe fare?"
Faccio spesso queste domande ai miei studenti e loro mi rispondono: "Bè, ecco, abbiamo appena finito la scuola superiore e non abbiamo ancora un'idea chiara..."
Così gli chiedo: "Cosa fareste se il denaro non fosse importante? Come trascorrereste la vostra vita per godervela veramente?"
La classe a quel punto mi risponde: "Bè, mi piacerebbe fare la pittrice", "Il poeta", "Lo scrittore", "Vorrei vivere all'aria aperta e cavalcare cavalli"... "ma tutti sanno che non si può guadagnare denaro in quel modo!"
Quando finalmente qualcuno mi rivela quello che vorrebbe veramente fare io gli dico: "Fallo. E dimentica i soldi."
Perché se ti convinci che guadagnare soldi sia la cosa più importante, vivrai la tua vita sprecando il tempo a tua disposizione. Farai cose che non ti piace fare per poter continuare a vivere. Questo significa continuare a fare qualcosa che non ti piace. Che è stupido.
Meglio avere una vita breve piena di ciò che ti piace fare, che una lunga vita spesa in modo misero. E alla fine, se ti piace veramente quello che fai, non importa cosa sia, potresti diventare davvero bravo. L'unico modo per diventare bravo in qualcosa è viverlo veramente.
E allora sarai in grado di ottenere grandi soddisfazioni.
Quindi, è molto importante prendere in considerazione questa domanda: "Che cosa desidero?"

                                                                                                                                                            Alan Watts


Ultimamente mi ritrovo a dover giustificare sempre più spesso le mie scelte, i rischi che prendo, le strade "diverse" che decido di prendere. Molti le giudicano con sufficienza visto che sono un'anomalia del sistema, uno che evidentemente negli schemi prestabiliti ci sta scomodo, "un artista".
Ma mi sono abbastanza rotto le scatole di questo, perché il punto non è essere un artista, o avere chissà che coraggio di affrontare un percorso con più ostacoli.
Il punto è fare ciò che si vuole fare -veramente-, fosse anche vivere allevando cavalli o diventare il campione mondiale di lancio del giavellotto.
Certo, ci sono più rischi da prendere, ma non sopporto questa assurda convinzione che dilaga (a suo modo, in -tutti- i contesti sociali, lavorativi o relazionali) secondo la quale rischiare non sia un atteggiamento corretto. Non si fa.
Non si deve rischiare, non vale la pena cercare di superare i propri limiti se si rischia di fallire, non si inseguono i propri sogni che tanto nella maggior parte dei casi sono solo illusioni e puntare alla possibilità di realizzarli veramente è da sciocchi.
Non camminare sul filo, Funambolo, che non c'è la rete.

Forse avrò letto troppi libri e fumetti, visto troppi film e serie televisive, giocato troppi videogiochi in cui il protagonista insegue il proprio obiettivo, anche se costa fatica e sforzi.
E non parlo per forza di imprese dispeate come salvare la principessa Zelda o gettare l'Unico Anello nel Monte Fato, ci sono tanti racconti in cui non c'è nessun eroe che lotta armato di spada e armatura.
C'è la giovane Maya che sogna di poter interpretare la Dea Scarlatta.
C'è Lotti che punta a diventare un campione di golf.
C'è la piccola Marjane che vuole sopravvivere al rigido regime iraniano.
C'è Guybrush Threepwood che vuole essere un temibile pirata.
C'è una bambina hawaiaana che vuole adottare quel bizzarro cane blu.
C'è Tristan che insegue la sua stella.
Ci sono tre barboni che durante la notte di Natale devono rintracciare i genitori di una neonata abbandonata.
C'è Scott Pilgrim che deve sconfiggere i sette ex-ragazzi malvagi di Ramona.
C'è il piccolo Charlie che vuole visitare una fabbrica di cioccolato.
C'è un ragazzo tredicenne che vuole salvare un'acrobata del circo della stessa età da una banda di cattivi che non molla mai.
C'è un bambino con la maglia a righe e la sua tigre di pezza che vogliono arrivare in fondo alla collina a bordo del loro carretto.

Chiamatemi folle, ma mi potete trovare in quel mondo lì.

venerdì 4 ottobre 2013

Scooby-Dooby-Doo, Where Are You?

Prima metà degli anni '90.
C'è un bambino che ha appena fatto merenda con pizzette e succhino di frutta. È seduto in poltrona a guardare la TV, stanno trasmettendo i vecchi episodi di Scooby-Doo. Ma mentre la Scooby Gang sta cercando di risolvere il mistero della settimana, quel bambino si appisola e sogna di entrare nel mondo dei cartoni animati...
In questo istante non sono sicuro al 100% di essere reale. Probabilmente sono solo il frutto dell'immaginazione di quel bambino, sono il protagonista di quel sogno.
Ma poco importa, me lo godo finche dura.

Sono nel cast del musical 'Scooby-Doo e il mistero della piramide'.
Per qualche mese scorrazzerò a bordo del furgoncino Wolkswagen dai colori psichedelici della Mistery Inc., calcando i principali palcoscenici d'Italia.
Emozione, entusiasmo, adrenalina.
La soddisfazione di constatare che tutto il tempo, denaro, sudore e sangue investiti in questi anni hanno dato i loro frutti.
Superare la prima audizione appena uscito dall'accademia e ottenere un ruolo così in fretta, complice anche la fortuna, non è qualcosa di così frequente. Di sicuro non ritengo di essere "arrivato", di strada ce n'è ancora tanta da fare, ma di certo è un ottimo inizio.

Passerò il mese di novembre a San Marino per montare lo spettacolo e poi via, si parte in tournée.
Ho potuto vedere il video della versione originale (francese) dello show e devo dire che c'è un materiale di partenza che promette davvero bene: scene e personaggi divertenti, canzoni stra-orecchiabili, un bel ritmo e idee interessanti.
Ho passato una giornata con gli altri componenti del cast e mi sembra un bel gruppo, sia dal punto di vista del lavoro che umanamente (ed è importante, eh, vista la convivenza forzata per mesi). Il regista poi mi sembra che abbia una visione particolarmente acuta e ci ha già svelato alcune modifiche per migliorare ulteriormente lo spettacolo.
Insomma, credo proprio che sarà un gran bel family-show, sopra la media italiana.

sabato 21 settembre 2013

Cattivi Fumetti

Un bel giorno, dopo una lunga e onorata carriera nerd, mi decisi a fare il grande salto e provare a fare il grande salto dall'altra parte della barricata.
No, non mi riferisco alla nascita di NerdLandia (solo le future generazioni riconosceranno la nobiltà intellettuale di quel fumetto) ma a quando ho cominciato a collaborare con Comicus.
L'esperienza di trafficare dietro le quinte è stata un'esperienza interessante e, oltre a darmi un quadro più completo di un mondo che seguo da prima di imparare a leggere, mi ha dato più di una soddisfazione: ricordo ad esempio ingressi a incontri e proiezioni esclusive, un'ora trascorsa in una stanza da solo con Liniers per una chiacchierata-fiume a quattr'occhi, un'intervista telefonica con Mary-Elizabeth Winstead che ride divertita alle mie battute...

Dopo aver collaborato per una manciata di anni, mi sono tuffato a testa bassa nel teatro e l'impegno richiesto in accademia mi ha obbligato a lasciarmi alle spalle a malincuore Comicus.
Poi, lo scorso luglio finisco la mia clausura accademica.
Nell'ultimo periodo stavo prendendo in considerazione di ritornare a scrivere nerdaggini, anche se non avevo ancora idea in che forma e su quali lidi.
Ma il destino, come al solito, ci ha messo lo zampino: esattamente il giorno dell'ultima replica dell'ultimo spettacolo, mi arriva la proposta di collaborare con una nuova realtà che sarebbe nata da lì a poco. Quando si dice il tempismo.

Da meno di una settimana Bad Comics è online.
Una redazione tanto ridotta per numero quanto efficace.
Un sito con un'organizzazione e ambizioni senza precedenti nel settore, in Italia.
Ritorno a scrivere notizie, recensioni, articoli e interviste.
In pochi giorni di visibilità, i visitatori sono stati un sacco ed è stato dimostrato un grande interesse da parte di appassionati e operatori del settore.
Inoltre siamo subito partiti alla grande, con diversi "colpacci editoriali" ottenuti e altri in arrivo a breve... insomma, c'è molta carne al fuoco e sicuramente Bad Comics nelle prossime settimane mostrerà i denti, ci sono ancora un bel po' di assi nella manica da svelare.
Scrivo di ciò che mi piace, e la cosa più bella è che comunque i tempi e le modalità di lavoro si possono incastrare col mio grande sogno teatrale...

Forza, siamo vicini al grande obiettivo: trasformare il proprio lavoro in una passione e la propria passione in un lavoro.

venerdì 13 settembre 2013

Someone to (not) fall back on

Dal libro 'Il mondo incantato' di Bruno Bettelheim, interessante anlisi psicologica delle fiabe e della valenza educativa che hanno sui bambini:

"Anche se un genitore indovinasse alla perfezione perché un bambino si è lasciato prendere emotivamente da una data storia, farebbe meglio a tenere per sé questa intuizione. Le più importanti esperienze e reazioni del bambino sono in larga misura inconsce, e dovrebbero rimanere tali finché egli non arrivi a un'età e a una capacità di comprensione molto più mature. È sempre un'atto d'invadenza interpretare i pensieri inconsci di una persona, per rendere conscio ciò che essa desidera mantenere preconscio, e questo è particolarmente vero nel caso di un bambino. Importante per il benessere del bambino come la sensazione che i suoi genitori condividono le sue emozioni, appassionandosi alla stessa fiaba che li appassiona, è la sensazione del bambino che i suoi intimi pensieri sono ignoti al suo genitore finché egli non si decide a rivelarli. Se il genitore fa capire di conoscerli già, impedisce al bambino di fargli il dono più prezioso: quello di condividere con lui quanto fino ad allora aveva di segreto e di privato. E dato che, inoltre, un genitore è tanto più potente di un bambino, la sua dominazione può apparire illimitata se sembra in grado di di leggere i pensieri segreti del bambino, conoscere i suoi sentimenti più nascosti, ancora prima che il bambino stesso abbia cominciato a diventarne consapevole.
Le interpretazioni degli adulti, per quanto corrette possano essere, privano il bambino della possibilità di avvertire una sensazione: quella di aver affrontato, da solo e con successo, dopo aver più volte ascoltato la storia e meditato su di essa, una difficile situazione. Noi cresciamo e troviamo significato nella vita e sicurezza in noi stessi perché abbiamo compreso e risolto dei problemi personali da soli, non perché altri ce li abbiano spiegati."


Mi rendo conto solo ora di quanto spesso io abbia boicottato inconsapevolmente persone a me care. Se vedo qualcuno in situazione di difficoltà la mia sindrome del supereroe mi spinge ad aiutare e a dare consigli, ma a quanto pare forse farei meglio a starmene zitto ogni tanto, o comunque fingere di non aver intuito alcune cose che la persona deve ancora capire di sé e che non è ancora pronta ad ammettere nemmeno a sé stessa.
Sono sempre stato dell'idea "la verità sempre e comunque", ma col tempo ho capito che forse aprire gli occhi a una persona su cosa sta suggerendo il suo inconscio è una mossa brusca che alcune volte può essere utile, ma nella maggior parte dei casi invece fa chiudere ancor di più la persona a riccio, negando il problema e rendendone ancor più problematica la risoluzione.
Forse il fatto di avere una visione esterna e più lucida degli eventi non mi garantisce il diritto di intervenire per aiutare. Forse dovrei zittire l'istinto da crocerossina e forzarmi a non intervenire attivamente con la speranza di poter salvare chiunque, ma lasciare sbagliare le persone, così che imparino a cadere e rialzarsi con i propri piedi.
Forse dovrei smetterla di dire sempre la verità quando mi si richiedono pareri, ma imparare quando qualche omissione può essere utile e non dover sempre dimostrare di aver capito più di chi mi chiede consiglio.

lunedì 2 settembre 2013

Lolita

Vi racconto di quella volta che ho incontrato Lolita.

È una tranquilla domenica pomeriggio. L'organizzatrice di uno spettacolo a cui prendo parte mi invita a casa sua per una prova costumi, un paio di settimane prima di andare in scena. Chiamerò questa rispettabile madre di famiglia Moira Orfei, in onore della sorridente cavalcatrice di elefanti ghiotta di botulino.
Arrivo davanti al cancello di casa Orfei, situata in piena zona residenziale, dove ad ogni colpo di vento si sente il fruscio di una mazzetta di banconote da 500 euro. Suono il citofono e il cancello comincia ad aprirsi da solo, scoprendo lentamente il paesaggio che si cela al di là di esso: una folta vegetazione degna de "Il giardino segreto", con alberi, piante e rampicanti ovunque, e un sentierino di ghiaia che serpeggia tra il verde. Mi incammino, passando in mezzo a siepi alte più di me, aspettandomi di veder spuntare lo Stregatto da un momento all'altro. Passo di fianco a un gazebo sotto il quale i Windsor si radunano per la partita pomeridiana di bridge, e supero una manciata di colonne con sopra donnine greche desnude intente a trasportare anfore, o altre attività tanto di moda tra le giovani ateniesi.
Raggiungo l'edificio principale ed entro: per salire all'appartamento ci sarebbe l'ascensore, ma siccome sono una persona umile mi limito a salire le scale circondato ovunque da marmo bianco.
Moira Orfei mi apre la porta con un sorriso degno del Joker e... ok, ora farò fatica a darvi un'idea del luogo in cui mi sono ritrovato, ma ci provo.
Voi visualizzate tutto.

Busti di imperatori romani posti accanto a lato di un televisore LCD da un birillione di pollici.
Scimmie di legno vestite da sultano che reggono un vaso di cristallo.
Una gabbia di marmo per i canarini, a forma di cattedrale.
Dipinti (plurale, più di uno. Tanti più.) che ritraggono Moira Orfei e marito.
Un -lungo- corridoio fiancheggiato da armadi a specchio.
Scaffali pieni di libri impolverati e vecchie videocassette, tra le quali il mio occhio è stato attratto dal titolo "Duce - La Storia".
...eccetera.
Ma questa non è la parte strana della storia, questa è la parte più o meno normale.

Sono nell'atrio dell'appartamento Orfei e mentre Moira fa gli onori di casa, mi accorgo della presenza di Lolita.
Una ragazza un paio d'anni sotto la maggiore età, con gli occhi da cerbiatta e tutte le forme già al posto giusto, a piedi scalzi e con addosso un pigiama primaverile di cotone azzurro.
La schiena appoggiata al muro, un ginocchio sollevato e la pianta del piede contro la parete.
Sta mangiando un lecca-lecca e mi guarda, cercando di capire chi sia l'ospite appena entrato in casa.
"Ciao."
Continua a succhiare il lecca-lecca.
...
Oooooocheeeeii. Ci sono centinaia di film, capolavori nel loro genere, che cominciano così.
Ma lasciamo stare, dev'essere un miraggio.
Ricambio il saluto, ciao, sono qui per lavoro e così seguo Moira tra i corridoi di Xanadu.

Nel salone principale, armadi aperti per provare i costumi più improbabili che avrei dovuto indossare per lo spettacolo. Ad un certo punto mi servirebbero dei pantaloni bianchi, ma non ce ne sono abbastanza lunghi per me, al che Moira: "Oh, forse ne ha un paio mio marito che potrebbero andarti bene, vado a cercarli di là" e mi abbandona solo soletto a guardarmi intorno a scrutare sbigottito tutti i bizzarri reperti da ricconi che mi circondavano.
Dal corridoio, fa capolino Lolita.
Entra mentre sta sgranocchiando un pacchetto di patatine, almeno si può dire che la ragazza aveva un'alimentazione sana.
Sono abbastanza a disagio, ma almeno sono sicuro di far bella figura, dato che ho indosso un costume che mi fa sembrare davvero figo.
Come Pieraccioni quando fa il fotoromanzo ne "I Laureati"
"Ti sta bene questo vestito."
"Oh, grazie. Mi capita spesso di vestirmi così."
"Ahah, davvero, sei carino così."
E si mangia una patatina guardandomi negli occhi.
Comincio a sentirmi a disagio.
Cioè, non strettamente per la situazione in sé, ma sono in quel luogo per lavoro e qualche stanza più in là (o qualche decina di stanze più in là, non ho mai quantificato le dimensioni di quella casa) c'è la madre di lolita che poi sarebbe anche il mio datore di lavoro.
Lolita si allontana verso il corridoio e scompare dalla porta nell'esatto istante in cui dall'altra porta arriva Moira festante con i pantaloni bianchi della mia taglia.

Dopo aver provato altri vestiti (sì, nel corso di un solo spettacolo avevo più cambi d'abito che una valletta di San Remo) siamo alla ricerca per un vestito da cinese, altro capo d'abbigliamento abbastanza buffo. Però mancano dei sandali, Moira va a cercarli nell'altra stanza.
Inutile dirvi che tempo pochi secondi e spunta Lolita.
Stavolta sono vestito così.
...però con un kimono più imbarazzante e senza fulmini dalle mani. Ma il cappello era quello di Raiden.
Non dice nulla, sorride divertita e mi guarda, girandomi attorno.
All'improvviso mi prende la mano e la tira a sé.
Aiutooddioeccosogiàcomeandràafiniresaròscopertoinflagranteefiniròingaleraconlaccusadipedofiliacioèmiconoscoequindisospettavo cheprimaopoisarebbepotutosuccedereperòohaiutocomemicavodaquestopasticcio.
Mh, non capisco che sta succedendo, cioè, mi sta scrivendo qualcosa sulla mano.
Senza dire nulla mi dà le spalle e corre via.
Mi guardo il palmo.
Un numero di cellulare.

...
Torna Moira. Finiamo di provare gli ultimi vestiti, tutto con la mia mano destra rigorosamente serrata in un pugno.
Prendo gli ultimi accordi per lo spettacolo, mi congedo da casa Morfei uscendo senza più vedere Lolita e dopo aver attraversato nuovamente il Labirinto Magico che c'era nel giardino, esco dal cancello.
Mi fermo.
Mi guardo il palmo.
Il numero è ancora lì, è successo davvero.
Qualche secondo in cui la mia mente immagina gli esiti più improbabili e disastrosi, e con un qualche gesto frenetico trasformo quella decina di cifre in un baffo d'inchiostro.
Il cancello della villa alle mie spalle, mi avvio verso la mia macchina, consapevole di aver rischiato di finire in un pasticcio bello grosso.


...poi, un paio di giorni dopo, scopro casualmente che il marito di Moira è un trafficante d'armi.
True Story.

venerdì 23 agosto 2013

"La ragazza che legge" - Rosemarie Urquico

Dai un appuntamento a una ragazza che legge.
Dai un appuntamento a una ragazza che spende i suoi soldi in libri anziché in vestiti, che ha problemi di spazio nell'armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento a una ragazza con una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca dall'età di dodici anni.

Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perchè avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. Lei è quella che guarda amorevolmente sopra gli scaffali della libreria, quella che urla in silenzio quando ha trovato il libro che desidera. Vedi quella strana creatura che annusa le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri usati? Quella è la lettrice. Non può resistere all'impulso di annusare le pagine, specialmente quando sono ingiallite e logore.

È la ragazza che legge mentre aspetta in quella caffetteria in fondo alla strada. Se sbirci nella sua tazza, la crema sta galleggiando in superficie perché lei è già un po' assorta. Persa nel mondo creato dall'autore. Seduta. È possibile che ti lanci un'occhiata furiosa, come molte ragazze che leggono non le piace essere interrotta. Chiedile se il libro le piace.  

Offrile un'altra tazza di caffè.

Falle sapere cosa pensi realmente di Murakami. Accertati che sia andata oltre il primo capitolo della Compagnia dell'Anello. Cerca di capire se dice di aver compreso l'Ulisse di Joyce solo per apparire intelligente. Chiedile se le piace Alice, o se le piacerebbe essere Alice.

È facile uscire con una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale, per gli anniversari. Regalale il dono delle parole, in versi e in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Comprendi che lei conosce la differenza tra libri e realtà ma per dio, lei sta provando a fare assomigliare un po' la sua vita al suo libro preferito. Non sarà mai colpa tua se lo fa.

Lei deve fare un tentativo, in qualche modo.

Mentile. Se lei capisce la sintassi, capirà il tuo bisogno di mentire. Dietro le parole ci sono altre cose: la motivazione, il significato, le sfumature, il dialogo. Non sarà la fine del mondo.

Trascurala. Perché una ragazza che legge sa che il fallimento porta sempre al climax. Perché una ragazza che legge comprende che tutte le cose devono avere una fine, ma che tu puoi sempre scrivere un sequel. Che tu puoi ricominciare ancora e ancora, ed essere sempre l'eroe. Che la vita è fatta in modo da avere un nemico o due.
Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i personaggi, evolvono. Ad eccezione che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi sveglia alle 2 di notte che stringe un libro al petto e piange, falle una tazza di té e abbracciala. Potresti perderla per per un paio d'ore ma ritornerà sempre da te. Parlerà come se i personaggi del libro fossero reali, per un momento, lo sono sempre.

Le farai la proposta di matrimonio su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O con molta semplicità la prossima volta che sarà malata. Su Skype.

Sorriderai così forte che ti domanderai perché il tuo cuore non è ancora esploso grondando sangue su tutto il tuo petto. Scriverai la storia delle vostre vite, avrete bambini con nomi strani e gusti ancor più strani. Lei presenterà ai tuoi bambini Il Gatto col Cappello e Aslan, forse nello stesso giorno. Trascorrerete assieme gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce mentre tu scuoti via la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento a una ragazza che legge perché te la meriti. Ti meriti una ragazza che ti possa dare la vita più colorata che si possa immaginare. Se tu puoi darle solo monotonia, ore stanche e tiepide proposte di matrimonio, allora è meglio che tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi al di là di esso, dai un appuntamento a una ragazza che legge.

O ancor meglio, dai un appuntamento a una ragazza che scrive.

giovedì 15 agosto 2013

Io non credo nelle lumache, non credo nelle lumache!

"Una lumaca che corre nella Indy 500? Che assurdità!": questa una sintetica recensione del film 'Turbo', contenuta nel film stesso.
Quesito dell'esame di Tossicologia: quale sostanza permette di assistere ad una scena simile?
Siamo arrivati a un punto di non-ritorno della Storia del Cinema Moderno. È giunto il momento in cui prendiamo un bel respiro, ci sediamo tutti attorno a un tavolo, spettatori, produttori e sceneggiatori di film d'animazione, e ci facciamo tutti quanti un bell'esame di coscienza. Perché qui stiamo esagerando.
C'è un confine oltre il quale la sospensione d'incredulità interviene e fa dire a una persona sana di mente "Pfff, che cavolata!", è un elemento la cui sensibilità è differente da persona a persona, ma ora l'abbiamo -oggettivamente- superato, anzi, non lo si prende nemmeno più in considerazione.
Il problema di base è che gli adulti considerano i bambini degli stupidi, e quindi scrivono qualunque cosa "perché tanto va bene", i genitori portano i loro figli a vedere qualunque cosa "perché tanto gli piace" senza fare un'effettiva selezione e senza rendersi conto che le opere scritte meglio ottengono un effetto maggiore nella mente del bambino.
In molti film d'animazione, di partenza c'è la volontà di instillare fiducia nel bambino, permettendogli di sognare e dandogli la speranza che, se ci crede, può raggiungere qualunque obiettivo. (L'intenzione è nobile, ma occhio che se mal sfruttata può trasformarsi in "illudere")
È la sindrome della piuma magica sempre più presente nei film per bambini: se ci credi fino in fondo, puoi volare anche se sei un elefante, puoi fare il cuoco di nouvelle cuisine anche se sei un topo, puoi diventare un campione di arti marziali anche se sei un panda obeso.
Questo perché si crede che il bambino per imparare e sperare abbia per forza bisogno di una vittoria assoluta; premesso che i film che ho appena usato come esempi hanno una costruzione narrativa e psicologica meno banale del solito, c'è comunque modo di trasmettere valori importanti anche attraverso la sconfitta, ma vabbè.

"Turbo" è la storia di una lumaca che sogna la velocità, per caso cade nel pentolone della pozione magic... ehm, NOS (quella specie di viagra per automobili vista in Fast & Furious) e così diventa una saetta, un venditore di tacos la trova e per fare fortuna decide di iscriverla alla gara Indy 500. Sigh.

Anche Pacey si era iscritto a un concorso per la reginetta di bellezza di Capeside, ma era più credibile.
L'idea in sé è stramba, ma un elefante con le orecchie a sventola che riesce a volare non lo è meno. Il problema è il contesto in cui tutto è immerso: se siamo in un contesto fiabesco, di animali parlanti e tutto il resto posso capirlo, ma se la società umana è realistica (con problemi di bollette da pagare, autorità sportive che tutelano il regolamento sportivo, conferenze stampa...) faccio più fatica a credere alle assurdità.
E no, non mi riferisco all'elemento magico, bensì a come gli umani reagiscono alla scoperta di qualcosa di simile. Passi il tontolone buono ed esaltato che diventa amico della lumaca (cioè, insomma), ma che la lumaca riesca ad essere iscritta alla Indy 500 perché il regolamento non lo esclude esplicitamente, no. NO.
Altrimenti io domattina vado al supermercato e uso un canguro col suo marsupio come carrello della spesa, perché nessuno me lo vieta.
Vado a una mostra di quadri espressionisti cavalcando un ippopotamo, visto che non è vietato da nessuna parte.
Iscrivo il mio attaccapanni a un concorso di racconti, perché il regolamento non lo esclude.
Ok, per qualche motivo l'autorità sportiva competente porta un barlume di senno nella vicenda e dice che no, è qualcosa di stupido. Ma durante la conferenza stampa, prima uno, poi due, poi cinque, poi tutte le persone in sala, si alzano in piedi gridando "Vogliamo la lumaca! Vogliamo la lumaca! Vogliamo la lumaca!" e allora cambia idea. MA ...!!!
Non ha senso! Di questo passo, basterà che dieci persone chiedano la grazia per un condannato, che un presidente decida di ignorare una Costituzione che regge da 60 anni.
Ma durante la visione di "Turbo" in sala, c'è stato un punto in cui si è toccato il fondo, un momento in cui ho perso ogni speranza di salvezza per la razza umana.
Alla vigilia della gara, il campione in carica osannato dalle folle e che non perde da anni, parla con la lumaca (ok, va bene, fingiamo sia normale) e le dice "Tu non ce la farai, vincerò io!".
E l'intero cinema irrompe in un "noooooo!!" di dissenso. Il padre di famiglia nel posto di fianco a me, grande e vaccinato, esplode in un "Che bastardo!".
COSA?!?!
Ma no, è perfettamente logico!! Sono un campione che ha faticato per decenni per raggiungere il primo gradino del podio, per ottenere la fama, e se dico a una lumaca che il mio talento e il sudore che ho versato in tutti questi anni sono una garanzia di vittoria, sono CATTIVO?!?!?
Ok, facciamo un gioco di ruolo, caro padre di famiglia.
Tu nella vita, che mestiere fai... uhm, diciamo l'avvocato. Un giorno nel tuo studio irrompe un pinguino col gilet e dice di voler diventare un avvocato, tu gli ridi in faccia o gli stringi la zampa e gli fai firmare all'istante un contratto?
Oh, oh, oh, ancora, ancora!
Mettiamo invece, padre di famiglia, che nella vita tu sia un chirurgo. Arriva in ospedale una talpa balbuziente che ha sempre sognato di fare il medico, che pretende di effettuare un'operazione a cuore aperto. Massì, dai, lasciamole una possibilità!

Reazioni credibili.
Si può, ne sono convinto, cari sceneggiatori.

giovedì 8 agosto 2013

C'è vita (anche) dopo la BSMT

...e ora che ho finito l'accademia, che faccio?
Nella mia testa riuscivo a visualizzare abbastanza chiaramente la risposta a questo mio dubbio (che attanaglia la popolazione dell'intera penisola italica), e potrei riassumerla così:

Programmi per un'estate intensa, lo so.
Ma poi, mi conosco, non riesco a stare fermo un attimo, e così mi ritrovo già con lo sguardo catapultato nel futuro, con progetti e idee su come occupare il tempo e magari guadagnare qualche soldo che mi serve per andare con le donnacce.

Ad essere sincero, in questi anni avevo il timore che una volta terminato il percorso accademico mi sarei ritrovato a vagare per mesi con un gigantesco balloon "...e ora?" sopra la testa, pronto a indossare il grembiule dell'Autogrill per sfornare ogni giorno decine di Camogli a Roncobilaccio.
Invece, a sorpresa, mi ritrovo con un bel po' di cose all'orizzonte, sia grazie alla possibilità di tornare a lavorare con più tempo a disposizione in compagnie con cui già collaboro da qualche anno, sia per un paio di audizioni che boh-non si dice nulla-teniamo le dita incrociate.
Ma soprattutto ecco comparire all'orizzonte due lavoretti che potrei gestire piuttosto liberamente (uno mi occuperebbe 1-2 mezze giornate a settimana, l'altro un paio d'ore al giorno) ma che non riguardano il teatro; sono comunque impieghi che mi attirano e nei quali potrei far fruttare tutte le mie competenze (per uno l'università, per l'altro le mie passioni nerd), così come in ogni ottimo libro/film l'autore sfrutta tutti gli elementi introdotti in precedenza e li fa confluire per proseguire la storia. Insomma, attività divertenti, che non mi ruberanno troppo tempo al teatro e mi permetteranno di mettere da parte qualche monetina per comprare la droga.
Anche in questo caso è ancora presto per parlarne, quando sarà tutto più definito mi sbottonerò, ma intanto è già una soddisfazione che ci siano tutte queste carte sul tavolo.

C'è poi il cassetto con gli spettacoli da scrivere.
Una volta mi balenò in testa l'idea che avrei potuto provare a scrivere qualcosa di mio. Poi sono arrivati altri spunti e, quando tre anni fa ho iniziato l'accademia, ho dovuto mettere in stand-by tre diversi spettacoli che avrei voluto sviluppare.
Ora, io non so come sia possibile, mi sono voltato solo un attimo per imparare a cantare e fare qualche passo di tip tap e -whoa!- ho sul desktop del PC una cartella "Spettacoli da Scrivere" con 10 (!) diversi File Word che ogni mattina urlano "Scegli me! Scegli me!", "Oggi dedica del tempo a me!" "Non mi consideri da troppo tempo, chiamo il Telefono Azzurro!".
Ovviamente non c'entrano nulla l'uno con l'altro come genere e stile (altrimenti sarebbe troppo semplice) e ognuno è a un diverso livello di sviluppo: qualcuno è ormai in fase di completamento, altri sono solo zibaldoni di idee che devono anche solo essere rioridinate in una struttura sensata.
il sottoscritto, in preda all'entusiasmo, urlerebbe ai quattro venti quanto sono fighi questi spettacoli (non è vero, ma ai miei occhi i miei scarrafoni lo sono), che idee geniali ci sono dietro e altro ancora, ma ho imparato che non si fa così.
Si sta zitti e buoni, che poi le cose cambiano in corso d'opera, che poi altri prendono le tue idee e -ma no, non avrà fatto apposta... però è strano-, che non sono superstizioso ma non si sa mai, che forse è più bello far trovare le persone davanti al prodotto finito senza anticipargli troppo.
Quindi, ho deciso che d'ora in poi, come un perfetto agente del KGB, i miei 10 misteriosi progetti avvolti nell'ombra avranno nomi in codice degni di missioni spionistiche.
Rigorosamente in ordine alfabetico:
- Progetto "Baby-Shakespeare"
- Progetto "Ballerina di Fila"
- Progetto "Coniglio da Consiglio"
- Progetto "Giustizia nel West"
- Progetto "Gatto Arancione"
- Progetto "Pioggia di Riso"
- Progetto "Ribaltamento Status Quo"
- Progetto "Tuffo nel Fieno"
- Progetto "Via Gluck"
- Progetto "Volpe Francese"

Questo post si autodistruggerà in 10... 9... 8...

venerdì 26 luglio 2013

BSMTheEnd


Ho finito l'accademia.
Oh, ecco. L'ho scritto.
Dopo tre anni di clausura (la migliore che potessi immaginare, però) sono diplomato, libero e felice come una farfalla. Cioè, una farfalla diplomata.
Mi sembra ieri che mi ripassavo le canzoni e i monologhi per l'audizione a bordo piscina mentre tenevo d'occhio i miei marmocchi del centro estivo, ed ora sono già fuori.
Non è stata una passeggiata, soprattutto l'ultimo mese che posso catalogare - con l'assoluta certezza che non sarà MAI scalzato dal primo gradino del podio - come il mese più intenso della mia vita.
In meno di trenta giorni siamo andati in scena con tre diversi spettacoli, agli antipodi per il tipo di lavoro necessario.
Con 'Into the Woods' ho lasciato la fantasia a briglia sciolta, ho sognato, mi sono divertito a essere cantastorie, osservatore e manipolatore. E una finestrella su quello che verrà...
Con 'Wild Party' sono impazzito tra musicalità jazz, armonie dissonanti e coreografie che non avrei mai reputato possibili. E sono anche diventato "più coordinato".
Con 'Musicals in Concert' sono tornato al Teatro Comunale di Bologna, che fa sempre la sua porca figura, specie con l'orchestrona e la mia epica bandiera rossa di One Day More.

Mi mancherà quella mezz'ora di tragitto in bicicletta o in bus che sanciva il confine tra il mondo reale e la Vita.
Mi mancherà l'atrio dell'accademia affollato come una tendopoli in pausa pranzo, e i divani più comodi del mondo su cui sdraiarsi privi di forze.
Mi mancheranno le occhiate di gelo a seguito delle mie battute nei momenti meno opportuni.
Mi mancheranno le ore passate da solo con un pianoforte, suonando con un dito solo, mettendoci il triplo tempo degli altri nel vano tentativo di capirci qualcosa di solfeggio o imparare le note di un brano.
Mi mancheranno le sedute terapeutiche, le richieste disperate d'aiuto a cui rispondevo anche in piena notte, incurante delle poche ore di sonno che mi si prospettavano.
Mi mancheranno le chiacchierate di sostegno, quando anch'io ne ho avuto bisogno.
Mi mancheranno quelle poche cene di classe fatte dopo le mie solite centinaia di tentativi per organizzare qualcosa in compagnia.
Mi mancheranno gli scherzi da spogliatoio e gli armadietti che non stavano mai troppo tempo al proprio posto.
Mi mancheranno le lezioni di danza tra body attillati e gonneline semi-trasparenti. Senza offesa per i miei compagni maschi, eh.
Mi mancheranno i viaggi in pullman, gli spettacoli visti assieme.
Mi mancheranno le crisi, il panico dilagante intorno a me, a cui cercare invano di rimediare col mio abbondante ottimismo.
Mi mancherà lavorare in un gruppo in cui ci conoscevamo tutti così bene e in cui ci potevamo criticare l'un l'altro senza troppi complimenti, perché sapevamo che serviva per migliorarci.
Mi mancheranno i tormentoni, le risate, le imitazioni, gli aneddoti raccontati decine e decine di volte.
Mi mancheranno i laghi di sudore che riuscivo a creare ad ogni lezione di tip tap.
Mi mancheranno le scommesse fatte tra di noi, riguardanti follie da eseguire nelle situazioni più improbabili.
Mi mancherà la guerra per prenotare un aula libera.
Mi mancheranno i lavori di gruppo, con conseguenti ritrovi per provare negli inesistenti ritagli di tempo.
Mi mancherà impazzire nel vano tentativo di scotchare uno spartito nel verso giusto.
Mi mancheranno i concerti natalizi fatti al freddo e al gelo.
Mi mancheranno le nottate trascorse a fare puntamenti luci, con deliri umoristici dovuti alla privazione del sonno.
Mi mancherà sentire in ogni istante gente in bagno o che cammina per i corridoi provando canzoni.
Mi mancherà non avere un attimo di pausa ed essere obbligato a vivere 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, nel mio mondo ideale.

Ho imparato che non ci sono scatole in grado di intrappolarmi, se mi concentro sull'aria che c'é all'esterno.
Ho imparato che per crescere devo uscire dalla comfort zone, faticare, sbagliare. Ogni giorno. E la sera ricordarmi di tornare a me stesso, che non son poi così male.
Ho imparato che il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è essere seduto al suo fianco.
Ho imparato che per avere risultati che non ho mai raggiunto, devo sempre fare qualcosa che non ho mai fatto.
Ho imparato che impegnarmi al 100% significa dedicare così tanto tempo a migliorare me stesso da non avere più tempo per criticare gli altri.
Ho imparato che c'è un limite al dolore che posso sopportare per fare del bene alle persone a cui tengo.
Ho imparato che se rispetto me stesso e credo in quello che faccio, nessuno può scalfirmi.
Ho imparato che il vero successo consiste nel saper passare da un insuccesso all'altro senza perdere l'entusiasmo.
Ho imparato che cambiano le situazioni, le cose si fanno più serie, ma un sorriso è sempre la risposta.
Ho imparato che i sogni si possono davvero realizzare, se non li si lascia nel cassetto a fare la muffa. E a volte si possono realizzare sogni più grandi di quanto uno li aveva immaginati.
Ho imparato che non ha più senso fare programmi o fantasticare, tanto la vita è una continua sorpresa e mi spiazza continuamente. Lascio il freno a mano, e via.

sabato 13 luglio 2013

Where the Wild Parties Are

"Ogni goccia d'alcool bevuta dal genitore aggiungerà dell'idiozia al suo figlio ancora non nato."

Alcool, droga, tradimenti, spogliarelliste e orge. Questi gli elementi centrali di 'Wild Party', musical messo in scena lo scorso week-end con la mia accademia lo scorso week-end.
Sì, sì, lo so: non sono proprio gli ingredienti che compongono la mia vita, ma il teatro è immaginazione e tra i suoi pregi c'è anche quello di poter vivere altre vite, immergersi in altri universi, esaudire i propri sogni.
...ricordando sempre che non si tratta di un momento di auto-soddisfazione, ma in primis bisogna avere rispetto per la storia, per il proprio personaggio, per i compagni di scena e per il pubblico.


Così per qualche settimana mi sono immerso nella New York degli anni '20, in piena era proibizionista, per una festa selvaggia. Si è ballato più del solito, si è cantato più swing del solito e con armonie degne (se non peggio) di Sondheim. Io mi sono divertito, in una storia decisamente torbida, a fare quello che "riesce a stemperare con una risata anche un'atmosfera così pesante" (cit.), che poi è quello che faccio sempre.
E da non-cast mi sono anche divertito a portare Alan Garner al Wild Party, con controscena in preda all'alcool, con le sinapsi completamente bruciate. Cosa che, mi diverte (e ormai mi capita abbastanza spesso) in scena, quanto mi è lontana -e alla lunga, mi infastidisce anche, negli altri- nella vita reale.
 
Non devo affogare i miei dispiaceri, non voglio stordirmi per dimenticare i miei problemi, non sento la necessità di anestetizzarmi per divertirmi, non ho bisogno di perdere le inibizioni per fare cavolate senza preoccuparmi delle conseguenze.
In sintesi, nella mia vita non voglio mai staccarmi da me stesso, ci sono affezionato.
Se lo faccio, preferisco farlo con le mie regole, sulle assi di un palcoscenico.
Il teatro è il mio alcool, la mia droga.
Versatemene un altro sorso, iniettatemene un'altra dose.

martedì 25 giugno 2013

...per sempre felici e contenti.

Mi hanno spesso definito come "un folletto del bosco": sempre ottimista, affetto da sindrome di Peter Pan cronica, dall'animo puro e convinto che le cose andranno sempre per il verso giusto.
Forse perché sono sempre stato un divoratore di storie, libri, film e fumetti dove il lieto fine regna, per i buoni.
E sarà per questo che mi sono trovato completamente a mio agio immerso per mesi nel mondo delle fiabe, per preparare il musical 'Into the Woods'. Ambientazione magica, personaggi presenti nell'immaginario di chiunque, effetti speciali degni di ricreare la fantasia infantile.

Ma dopo un primo atto dove tutto sembra andare verso un lieto fine, arriva un secondo atto che scombina le carte in tavola, la vicenda prosegue in una direzione più cupa di quella che conoscevamo, e scopriamo che un sorriso temporaneo deve affrontare diverse difficoltà per essere mantenuto a lungo termine.
...che è un po' quello che ho imparato crescendo. Questo non significa avere una visione disincantata: continuo a dare più importanza agli aspetti positivi degli eventi e delle persone, sono un ostinato sostenitore del bicchiere mezzo pieno... ma non credo alle parole degli stregoni o agli incantesimi che fanno apparire le cose come in realtà non sono.
Molte persone scambiano per frasi retoriche la mia visione positiva della vita, ma in realtà non sopporto la retorica, per cui mi capita spesso di condire con ironia molte mie riflessioni per dargli un'impronta più personale, per evitare di essere scambiato con altri tizi che utilizzano le stesse parole senza però crederci minimamente.
E da questo punto di vista 'Into the Woods' mi soddisfa ampiamente mostrando l'aspetto più profondo di alcuni stereotipi: non sempre il mostro è veramente cattivo, dietro comportamenti "poco gentili" potrebbe celarsi in realtà una giustizia, se si cerca il fascino del principe azzurro bisogna saperne accettare anche gli aspetti negativi, non sempre le persone che ti danno ragione sono dalla parte del giusto, se si vuole davvero qualcosa bisogna essere disposti a sacrifici...

Avrò tanti ricordi di questo spettacolo. Inevitabilmente tutto il lavoro fatto in questi mesi, per i miei due personaggi, ma anche con tutti gli altri per ogni singola scena, ogni cambio, ogni coreografia, ogni effetto speciale...
Ma il periodo di messa in scena, soprattutto.
Le prove con l'orchestra. Arrivare a teatro e vedere la scenografia montata. Spargere fieno sul palcoscenico.
Andare in teatro pedalando in mezzo a Bologna, accompagnato da musicisti sotto i portici che suonano il tema di Indiana Jones con la tromba. Comprare i panini ogni giorno per l'intervallo. La mia preparazione e il mio entrare "nello spettacolo" da fuori il teatro, mentre gli altri sono ancora a prepararsi. Sopportare il caldo, e i due microfoni necessari durante la mia maratona del primo atto, tra cambi di costume e parrucche. Imparare a truccarmi da solo. Il vento che spostava le frasche al momento giusto, grazie alla collaborazione di Madre Natura. Ritrovarmi per caso sul palco durante il soundcheck dell'orchestra, e allora -via- canto una mia canzone da solo senza nessuno che mi ascolta, ma con 11 strumenti che suonano tutti per me. I complimenti di amici, spettatori comuni e "grossi nomi". Compagni di scuola, persone che conosco e sconosciuti, esperti del settore, che non mi avevano riconosciuto nei panni dell'Uomo Misterioso.
...ah, e la luna piena. Durante lo spettacolo, guardare in alto e vedere la luna più bella che io abbia mai visto.
È bello quando riesci a legare un ricordo importante -di una persona o di una bella esperienza- a qualcosa che ti capita spesso sott'occhio.
Bè, credo proprio che ogni volta che vedrò la luna piena, tornerò a sorridere pensando a 'Into the Woods', a quanto ho amato La Storia, e a quanto mi sono divertito a raccontarla.

domenica 16 giugno 2013

C'era una volta...

C'era una volta... un bambino a cui piaceva leggere storie, immergersi in mondi fantastici, vivere avventure straordinarie.
Circa una ventina di anni fa, proprio in questo periodo, il bambino si addentrò al Baraccano per una rassegna estiva di teatro ragazzi con alcune storie famose: fate, pirati, cavalieri e sottomarini prendevano vita in una serie di spettacoli itineranti nel parco, tra il verde degli alberi e sotto il cielo stellato, in un azzeccatissimo mix tra messa in scena ed animazione/gioco.
Talmente azzeccato che ne ho un ricordo ancora oggi, e da quando ho incominciato a fare teatro seriamente mi sono sempre ripromesso di ricreare prima o poi un'esperienza simile che potesse far sognare i bambini come a mia volta quella compagnia era riuscita a farmi sognare.
...che è poi il leit motiv della mia vita: mi reputo una persona fortunata e ho avuto tanto dalla vita, spero di riuscire a poter trasmettere agli altri almeno una buona parte di ciò che mi è stato donato.

Tra una settimana questo mio desiderio si avverrà. Non proprio nella forma e nelle modalità desiderate da me (ma c'è tempo, non abbandono il progetto), però la cosa divertente è che torno sul luogo del delitto (non proprio proprio nel parco del Baraccano, ma appena qualche metro più in là).
E si chiude il cerchio. In realtà se ne chiudono tanti: "Into the Woods", musical che conclude il mio terzo e ultimo anno d'accademia. Uno spettacolo che mi piace tanto. Sto dicendo in giro che sarà lo spettacolo più bello che farò in vita mia, e forse è vero: non mi capiterà di lavorare con un gruppo di 40 performer, miei compagni di accademia con cui ho condiviso ogni singolo giorno di sudore e lacrime in questi anni. E con un'orchestra di 12 elementi che suonerà tutta per noi. In uno spettacolo che mi rappresenta come pochi altri, per atmosfere, tematiche, umorismo, morale... Se dovessi trasmettere qualcosa alle generazioni future, molti dei messaggi che ritengo più importanti li ho ritrovati in questo testo: il valore dell'infanzia, il perdono, l'importanza di lottare per i propri desideri, come funzionano i principi azzurri...
Le fiabe affrontate nel modo migliore: incantevole ma disincantato, in grado di sognare ma insegnando qualcosa che permette di farlo con i piedi a terra.
E poi, vabbè, ci sarà una messa in scena che mi fa venire la pelle d'oca ogni volta che ci penso.

Vi racconterò una storia. Per bambini, ma non solo.
Cercate di esserci, ne varrà la pena. Ma assicuratevi di venire prima dello scoccare dell'ultima mezzanotte...

martedì 28 maggio 2013

Entusiasmo 1.01

Capita a tutti di avere una passione.
No, aspettate, non è vero.
Una -passione- da definizione è qualcosa di più potente e duraturo di un semplice sentimento, se la intendiamo nei confronti di una persona, perciò per quanto riguarda un'attività è ben di più di un hobby, un passatempo o un lavoro.
È un fuoco che ci brucia dentro, qualcosa per cui siamo disposti a fare grandi sacrifici.

Una passione dev'essere innanzitutto qualcosa di piacevole, che si fa volentieri... ecco, paragoniamola a una giornata in un parco divertimenti.
Attrazioni che fanno sprigionare adrenalina, punti ristoro di scarsa qualità, mascotte vestite in modo improbabile... sì, quel mondo lì.
Se vado in un parco di divertimento cerco di godermi ogni singolo momento dell'esperienza.
Esploro ogni anfratto e passo il tempo assieme ai miei compagni di giornata.
Non inizio a sbuffare a metà pomeriggio con il desiderio di uscire, ci rimango dentro fino all'orario di chiusura, devono cacciarmi a pedate dal cancello.
Se oltre agli spazi accessibili a tutto il pubblico, mi offrono in più la possibilità di vedere un'altra zona con ulteriori attrazioni, mi ci fiondo, non mi accontento dello stretto indispensabile.
Se ho la possibilità di scoprire come funziona qualcosa di straordinario, il "trucco dietro la magia", la mia curiosità vuole sapere tutto.
Non passo la giornata a leggere un libro, a messaggiare al cellulare, o ad organizzare qualcosa di "abituale" per i giorni successivi.
Ringrazio con un sorriso tutti gli addetti ai lavori cercando di ricambiare quella felicità che mi stanno donando.

Se questo non avviene, non è una -vera- passione.

giovedì 2 maggio 2013

Coriandoli

Quando una settimana di vita è intensa, nel bene o nel male, è d'obbligo celebrarla.

Ho finito gli esami in accademia. Alla faccia de "gli esami non finiscono mai", questa pratica è archiviata per un bel po', in coda al termine delle lezioni.
Uoah, direi che non seguirò mai più un ciclo di lezioni regolari così a lungo termine, quindi ora la voce -studente- sulla mia carta d'identità diventa falsa, almeno quanto -segni particolari: nessuno- .

Ho trovato un mio equilibrio nell'approccio al mondo. C'è chi mi ritiene un pazzo scatenato che vuole costantemente sfidare l'autorità, e invece chi mi vede come un bravo ragazzo che sta sempre al suo posto. Credo di aver capito quale sia quella linea su cui fare il funambolo, al confine tra il rispetto delle regole e l'uscire dagli schemi.
Forse scontenterà chi mi vuole in un modo o chi nell'altro, ma soddisfa me.

Ho fatto il mio showcase di fine accademia, un one-man-show suddiviso tra canto, recitazione e danza.
Nonostante gli ormai 10 anni di teatro alle spalle, il brivido di gestire per la prima volta la scena da solo per mezz'ora, un brividino me l'ha messo.
E sono soddisfatto, mi sono divertito, ho divertito, ho improvvisato e ho anche raggiunto risultati tecnici per i quali mi do' volentieri un paio di pacche sulla spalla.

Sono stato coinvolto negli showcase di diversi miei compagni (otto!), ottenendo il primato di prezzemolino dell'anno. E posso dirlo fieramente: non per duetti o per meriti artistici, ma sempre per comparsate da minchione. Chi per amicizia, chi per spirito di clownerie, fatto sta che ho potuto anche soddisfare un paio di miei desideri e scombinare le carte su un tavolo abbastanza stretto.

Ho ottenuto una valanga di commenti positivi. Da compagni di classe, che mi hanno travolto con uno tsunami d'affetto e di entusiasmo. Da professori che mi hanno sempre motivato e che adesso hanno fatto apprezzamenti anche su alcuni aspetti del mio stare in scena che non pensavo avrebbero mai approvato. E da professori che finora avevano avuto giudizi abbastanza severi su di me, mi hanno spronato pretendendo tanto da me, e che alla fine del percorso si sono congratulati con me per diversi traguardi tecnici. Addirittura per la danza, oibò.
Credo di aver finito alla grande, meglio di quanto mi sarei mai aspettato tre anni fa quando ho cominciato questa accademia.

Mi sono guardato indietro. Ho riflettuto su un bel po' di eventi affrontati e scelte compiute e mi sono detto fiero per ciò che sono diventato. Non che solitamente abbia problemi di autostima, ma in questo periodo in particolare mi guardo allo specchio e sorrido a me stesso.
Per citare il Grande Poeta Pezzali "fatti i complimenti, ma quando te li meriti, dai che lo sai."
E per premiare me stesso, ho salutato definitivamente alcune persone che mi hanno fatto più male che bene; è inutile tentare di piacere a tutti, meglio abbandonare sulla via le tagliole che rallentano il cammino.
Mi sono imbattuto in un paio di progetti per il futuro post-accademico decisamente interessanti.
Ho tante mie idee che bollono in pentola, ora qualcuno mi vuole coinvolgere anche nelle sue idee... Sono ancora tanto focalizzato sui 3 spettacoli che dovremo preparare nei prossimi 3 mesi, ma fa piacere sapere che c'è qualche meta appassionante al di là dell'orizzonte.

Ho iniziato a provare 'Into the Woods', uno dei musical che concluderà il mio percorso triennale in accademia.
Ne parlo come "probabilmente il miglior spettacolo che farò in vita mia".
Mi affascina.
Ho un personaggio che rappresenta idealmente ciò che voglio diventare.
È immerso in un universo narrativo che mi incanta e che ritengo si meriti un trattamento più approfondito di quanto si faccia di solito.
Visivamente sarà qualcosa di straordinario.
Ha una morale di fondo a cui tengo particolarmente e che sento molto mia.
Ogni singola prova, ogni singolo momento di lavoro su questo spettacolo, provo un legame strano con esso.
Non vedo l'ora di andare in scena, ma allo stesso tempo vorrei che la fase di costruzione ed esplorazione delle singole scene durasse in eterno.

Non voglio fermarmi mai.

sabato 20 aprile 2013

Pinterest

Negli ultimi mesi ho sviluppato un particolare interesse e apprezzamento per i testi di Harold Pinter, un autore al quale mi ero avvicinato nel periodo in cui muovevo i miei primi passi nel mondo del teatro, non mi era piaciuto granché per cui l'avevo subito accantonato, preferendo dedicarmi ad altri autori da scoprire.
E invece, qualche anno dopo, ritrovandomelo tra i raggi della bicicletta sulla strada dell'accademia, è scoccata una scintilla. Mi piace.
Sarà l'esperienza teatrale maturata in tutti questi anni, sarà il passare del tempo e il conseguente evolversi della mia mentalità, ma sono attratto da molti elementi dei suoi testi. Personaggi con addosso una maschera, identità di facciata, sottotesti e segreti...
Non che sia il mio mondo, mi ritengo una persona abbastanza trasparente, e questa idea è stata spesso avvallata dalla prima opinione che le persone si fanno di me o dalla mia descrizione che fanno gli amici che mi conoscono veramente.
C'è però un'eccezione.
E ne ho trovato una corrispondenza in Pinter, proprio in una scena su cui devo lavorare.
"Tradimenti". Per chi non conosce: un uomo ha scoperto che sua moglie la tradisce col suo migliore amico. Cosa fa? Lo dice alla moglie? Le urla in faccia? No.
Continua a far finta di niente, continua a buttare lì l'argomento come se nulla fosse, spingendola a sentirsi in colpa, la tortura emotivamente, ma con una facciata di quotidianità e cordialità da perfetto ingenuo.
Ecco, questa situazione l'ho vissuta.
Cioè, non proprio quella, volendo qualcosa di molto vagamente simile, ma sto generalizzando: quando scopro che una persona a me vicina mi fa un torto e lo scopro, difficilmente sbraito o dò in escandescenze, ma in sua presenza riesco a mantenermi abbastanza freddo e mi godo le sue acrobazie per continuare a far finta di niente.
E succede sempre più spesso, sarà perché negli ultimi anni sto imparando a capire meglio le persone, sto diventando più perspicace e intuitivo, e in tutto ciò il karma evidentemente mi dà una spinta ad imbattermi davanti agli indizi giusti.

Se mi parli alle spalle e con me continui a fare l'amicone e io lo scopro, non te lo vengo a dire.
Se vuoi farti bello raccontandomi qualcosa che non è mai avvenuto e io lo scopro, non te lo vengo a dire.
Se ti permetti di "darmi consigli sinceri" quando in realtà sono dettati unicamente dal tuo tornaconto e io lo scopro, non te lo vengo a dire.
Se usi una finta scusa perché non hai voglia di fare una cosa con me e lo scopro, non te lo vengo a dire.
Se violi la mia privacy facendoti gli affari miei guardando dove non dovresti e io lo scopro, non te lo vengo a dire.
Ma magari giro attorno all'argomento, mi godo come continuerai a contraddirti o a ribadire qualcosa che so essere falso, traendone poi le dovute conclusioni.

Ok, magari non sarà il comportamento più onesto del mondo, ma se una persona mi racconta una bugia (più o meno grave, ovviamente ci sono vari livelli) o agisce alle mie spalle, rivoltargli contro il suo "mo' ti faccio fesso" mi sembra il minimo.
E poi ognuno di noi è fatto in modo diverso: c'è chi si sfoga per tutte le cose che deve sopportare con le lacrime, chi con urli, chi si vendica... a me lasciate il piacere intellettuale di stuzzicare e sentirmi segretamente superiore a una persona che crede di riuscire a fregarmi.

martedì 26 marzo 2013

La Linea d'Ombra


Mancano 4 mesi e finirò l'accademia.
Una settimana di vacanze pasquali e poi -via!- il rush finale.
Ultime lezioni di recitazione, ultime lezioni di canto, ultime lezioni di danza.
Ultima sessione di esami.
Uno showcase.
Tre spettacoli: progetti grossi, complessi ed estremamente diversi tra loro.
Poi, stop, fine.
O meglio, si comincia.
Si attraversa la linea d'ombra.


A settembre non avrò lezioni da cominciare, un programma da seguire... ora devo costruirmi tutto io.
A settembre scoccherà anche il decennale di quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo del teatro. Una ricorrenza, un signor numero. In questi dieci anni ho fatto tanto: due università, corsi di teatro, stage, workshop, due accademie...
D'accordo che "non si finisce mai di studiare", sono d'accordo, ma direi che si sta avvicinando il momento in cui posso smettere di farne la mia occupazione primaria.
Dopo tanti spettacoli fatti in piccoli e grandi teatri, in ristoranti o in piazze di piccoli paesini, davanti a una manciata di spettatori o enormi platee, sul tacco della Puglia o sulle coste della Normandia... quello che finora è stato -solo- un divertimento, uno sfogo artistico, una fonte di occasionali dindi, dovrà inevitabilmente diventare ciò di cui vivrò.
È il momento di far fruttare tutto ciò che ho studiato, di far entrare in gioco chi sono diventato, di mostrare cosa posso esprimere.
Sicuramente tornerò a fare quanto ho fatto finora, dedicandoci molto più tempo e impegno, una volta libero da altre incombenze. Mi destreggerò tra provini e audizioni, così da collezionare un bel po' di "le faremo sapere", che fanno parte del gioco. E finalmente darò una forma ai miei spettacoli, rinchiusi nel cassetto da troppo tempo sotto forma di appunti, idee ammucchiate l'una sull'altra, stesure parziali; ad oggi ho in cantiere cinque progetti, tutti decisamente differenti l'uno dall'altro, e uno in particolare credo differente da qualunque cosa si sia mai vista finora (ovviamente è il sogno più complesso e quello a cui tengo di più, per il messaggio di fondo e le modalità di realizzazione, così la delusione di non vederlo prendere forma sarà ancora più grande).
Salto nel vuoto.
Mi piace.

martedì 26 febbraio 2013

Gioie e dolori


"...viviamo in un flusso di comunicazione continuo: cinema, internet, telefonini, televisione, giornali. La visibilità di un prodotto passa attraverso questi mezzi. Ma il teatro non è uno di questi mezzi, dà una notorietà molto circoscritta. Sono media ma non mass-media. Il teatro è antico, come le città. Le città ormai sono grandi musei a cielo aperto, parchi tematici che hanno per tema sé stesse. Almeno le grandi città lo sono. Sono prodotti da promuovere, questo non scandalizza più nessuno. Le città sono luoghi di rapporti umani concreti. Se la città come prodotto culturale da promuovere ha bisogno dei mass media che ne moltiplichino l'immagine, la città come luogo concreto dei rapporti umani ha bisogno del teatro, la musica, le attività creative, che servono a comunicare senza mediazioni. Se il cinema e la televisione servono a far vedere un prodotto fuori dalla fabbrica, il teatro, la musica, le attività creative servono a concepire al proprio interno il prodotto, a far funzionare la fabbrica. Se il mondo assiste al 'grande evento' attraverso televisione e cinema, il grande eventofunzionerà perché c'è una 'fabbrica' che lavora per produrlo. E deve essere una fabbrica che si nutre di rapporti umani quotidiani. Di relazioni e dialogo di confronto con le giovani generazioni. Il teatro del futuro, come quello del passato, è fatto di ambienti culturali. Se i mass media illuminano la città dall'esterno, come i bengala durante i bombardamenti, il teatro illumina la città dall'interno, come una buona rete di lampioni. Il teatro è un ambiente culturale perché coniuga il territorio e lo spettacolo, l'evento e la continuità."
"Le persone del mondo dello spettacolo sono le più coraggiose e tenaci sulla faccia della terra. In un solo anno affrontano il rifiuto quotidiano da parte delle persone in misura maggiore di quello che gli altri vivono in un'intera vita. Ogni giorno affrontano la sfida finanziaria di vivere uno stile di vita freelance, la mancanza di rispetto della gente che pensa che dovrebbero trovarsi un lavoro vero, e la loro stessa paura di non lavorare più in futuro. Ogni giorno devono ignorare la possibilità che la visione a cui hanno dedicato la propria vita sia un sogno irrealizzabile. Con ogni parola, con ogni gesto, con ogni nota espongono sé stessi, emotivamente e fisicamente, rischiando critiche e giudizi... Ogni anno che passa molti di loro osservano loro coetanei che raggiungono gli le prevedibili tappe di una vita normale - la macchina, la famiglia, la casa, i risparmi.
Perché?
Perché le persone del mondo dello spettacolo sono disposte a dare la loro intera vita ad un solo momento, a quella frase, a quell'accordo, a quel movimento, a quella melodia, a quell'interpretazione che toccherà l'anima del pubblico.
Le persone del mondo dello spettacolo hanno assaporato il succo della vita in quel momento cristallino in cui sono riuscite a far uscire il loro spirito creativo e a sfiorare il cuore di qualcun altro. In quell'istante erano più vicini alla magia, a Dio e alla perfezione di quanto chiunque altro avrebbe mai potuto. E nei loro cuori, sanno che a dedicarsi a quel momento vale più di mille vite intere."

mercoledì 13 febbraio 2013

Le Cinérables



Les Misérables, al cinema.
È la prima volta che mi capita di vedere sul grande schermo un film tratto da un’opera che avevo già interpretato a teatro. (L’evento però è destinato a ripetersi proprio con altri due musical, con Spring Awakening e Into the Woods in arrivo al cinema nei prossimi anni)
È una sensazione strana, perché sei stato immerso in prima persona in quell’universo narrativo, provando e riprovando le scene, entrando nella psicologia dei personaggi, rivivendo quotidianamente azioni ed eventi fuori dall’ordinario, vedere i protagonisti interpretati da volti amici con cui si sono condivise chiacchiere, battute e problemi…

E poi - bum! – ecco che Les Misérables diventa un filmone con centinaia di comparse, costumi e scenografie spettacolari, movimenti epici di cinepresa, le candidature agli Oscar e le interpretazioni di Hugh Jackman, Russel Crowe, Anne Hathaway più il resto della gang hollywoodiana. Fa strano.
Perché sono ovviamente affezionato alla “nostra versione”, ma vedere tutto quel ben di Dio, quell’Anne Hathaway che adesso le intaglio un Oscar da un lingotto d’oro e glielo porto a casa di persona, quelle buone idee che arricchiscono la messa in scena… bè, mi ha messo i brividi.
Ok, mi sono commosso, ho riso, mi sono esaltato e spaventato (pur conoscendo in anticipo i singoli dettagli della vicenda) ma ci sono stati brividi diversi dal solito, che non avevo mai provato prima: durante la battaglia sulle barricate sono stato catapultato a qualche mese prima, quando anch'io combattevo la stessa battaglia, e ora ne sono solo un inerme spettatore.
Non saprei nemmeno come definirlo. Un mix di dejà-vu/nostalgia/immedesimazione/flashback che… boh. Uao.

Quindi, che dire?
Il teatro è meglio, perché hai i personaggi davanti a te in carne e ossa, le emozioni sono rivolte direttamente a te senza il filtro di uno schermo, e gli interpreti quella sera danno ogni singola goccia del loro sudore per te, e quelle (relativamente) poche persone che sono con te in platea.
Però dai, il cinema è meglio, ci sono tanti soldi dietro, è più spettacolare, il biglietto costa meno, e tutt
Vabbè, insomma. fate quello che vi pare, abbandonatevi ai medium che più vi soddisfano, basta che vi lasciate trasportare da personaggi, storie, emozioni e sogni.

Basta che, nel caso dei Miserabili, non vi leggiate il libro di Victor Hugo, perché è una palla mortale.

lunedì 28 gennaio 2013

Concert Girl

Non si spiega il fascino della RagazzaDelConcerto. Quella che ti rapisce per due ore strappandoti buona parte degli sguardi durante l'evento che aspetti da mesi, con il cantante o la band che adori da anni; il potere intrinseco della RagazzaDelConcerto ti spinge a guardarla di tanto in tanto, per osservarla mentre canta e balla, per riuscire a catturare un suo sorriso o il gesto di sistemarsi i capelli bagnati, per controllare se anche lei adora il tuo brano preferito della scaletta.
C'è la RagazzaDelConcerto che svetta al di sopra della folla, seduta sulle spalle dell'uomo-trampolo portato appositamente da casa.
C'è la RagazzaDelConcerto in branco, accompagnata da amiche sue simili, ma un po' meno RagazzaDelConcerto di lei; le si può riconoscere dalla formazione circolare attorno a un gruppo di zaini/giacche, o per l'abitudine di urlarsi addosso l'una all'altra i versi più coinvolgenti del brano.
C'è la RagazzaDelConcerto anestetizzata, quasi immobile e con lo sguardo fisso sul palcoscenico con l'attenzione e le emozioni a mille, impegnata a cogliere ogni singolo particolare di quell'esperienza mistica e non vuole lasciare che l'adrenalina la distragga.
C'è la RagazzaDelConcerto archivista, impegnata a catturare il maggior numero di foto e video dell'evento, per poi riviverlo comodamente più e più volte da sola, nella tranquillità della sua cameretta senza quell'orda barbarica che osa coprire le note prodotte dai suoi beniamini.
E poi c'è la RagazzaDelConcerto in trincea: sola, arrivata ore prima dell'inizio del concerto per ottenere un posto sotto il palco, si tiene saldamente alla transenna e se è venuta con degli amici quasi si dimentica della loro esistenza, urla a squarciagola ogni canzone, balla e si scatena, ma è come se il mondo attorno a lei non ci fosse.

La RagazzaDelConcerto di questa storia appartiene all'ultima categoria.

Raramente ho vissuto un concerto più indietro della seconda/terza fila. Perché voglio essere davanti, nei posti perfetti, per godermi tutto al meglio. E anche questa volta arrivo con l'anticipo necessario, così -zac!-mi assicuro la prima fila.
Mi scateno come non facevo da molto tempo, quello che doveva essere "solo" un salto nel mio passato musicale si rivela a sorpresa il miglior concerto degli ultimi 2-3 anni. Sono esattamente sotto il cantante del gruppo, ho una cassa da tantissimimilawatt sparata in faccia e mi fischieranno le orecchie per le 48 ore successive.
Dietro di me, una folla che ha la stessa energia della band, la mia stessa energia, però loro non si limitano a cantare, ballare e saltare, loro non possono stringersi saldamente alla transenna e così per passare il tempo pogano, improvvisano corride, o osano stagediving che nella maggior parte dei casi terminano rovinosamente al suolo.
Poi, di fianco a me, risalendo come un salmone la corrente di omaccioni sudati, sei arrivata tu, che evidentemente hai lottato per conquistare quella postazione. Riccioli selvaggi, un viso pallido con due guance sempre più rosse man mano che il concerto procede, occhi verdi che -uao!-, un ankh nero tatuato dietro la spalla e un polso pieno di braccialetti d'argento larghilarghi e sottilisottili che si muovono a ritmo di musica.
L'emblema della RagazzaDelConcerto, e in quanto tale calamiti di tanto in tanto i miei sguardi, giusto per controllare se sei carina e affascinante come mi sei sembrata a una prima occhiata. Ed evidentemente qualche sguardo imbambolato dura più del dovuto, ti accorgi che mi distrai dal concerto, ma fai finta di nulla e mi risparmi sguardi inaciditi o commenti pungenti.
Sopporti a fatica le spinte e gli scossoni che provengono dalla baraonda dietro di noi, minuta come sei.
Io invece riesco a resistere senza problemi, puntellandomi alle transenne; avrò i lividi alla pancia e alle mani per qualche giorno, ma sul momento non sento granché, immerso nell'atmosfera da battaglia.
RagazzaDelConcerto, un po' mi dispiace vederti lì che incassi malamente i colpi, così mi piazzo dietro di te e paro buona parte degli omaccioni scatenati. Non che io sia particolarmente forte, ma ho una schiena larga e buona esperienza sul campo: ho macinato un bel po' di concerti, alcuni dei quali vissuti in prima fila con 60mila persone scatenate dietro di me, sentendole tutte, e arrivando più o meno incolume a fine serata.
Il tempo passa, ma evidentemente non sono ancora così decrepito, se riesco a divertirmi e scatenarmi in prima linea come facevo dieci anni fa, mentre altri pischelletti attorno a me non riescono a reggere altrettanto.

A fine concerto, comincia il DJ-set con musica a rotazione fino al mattino. Non mi interessa, quindi mi avvio verso l'esterno, ma a pochi passi dall'uscita mi fermo. Mi sento tirare e voltandomi mi accorgo che attaccata al bordo della mia felpa c'è la tua mano.
Sguardo basso, ma voce alta per cercare di sovrastare la musica assordante. Una voce spezzata, anche tu durante il concerto hai dato troppo e domattina ti sveglierai afona.
"Mi hai protetto per tutto il concerto."
Così. Secca. Un dato di fatto.
"Mi hai fatto da 'scudo umano' evitandomi le botte peggiori. Me ne sono accorta, sai." dici sorridendo.
Io -"Vabbè..."- boh, non so che fare.
Non ho mai saputo come reagire ai complimenti o ai ringraziamenti più spassionati.
Tu intanto ti torturi un ciuffo di capelli corvini.
"Senti, posso almeno ringraziarti?"
"Ma figurati!? Non c'è bisogn..."
Io la frase la volevo finire, ma le tue labbra l'hanno interrotta, oh.
Poi mi fissi per qualche secondo, con uno sguardo a metà tra l'imbarazzato e il divertito, e ti volti per tornare a intrufolarti nella calca saltante.

Ciao, RagazzaDelConcerto.

mercoledì 2 gennaio 2013

Twenty eight candles

Peo, il primo ad avermi fatto gli auguri
Da qualche anno a questa parte, il compleanno è spesso accompagnato dal rituale di dover passare in rassegna tutti gli auguri su Facebook, nella maggior parte dei casi fatti da persone che non si fanno sentire per tutto l'anno, non ti considerano neanche per fare una battutina sotto uno status o una foto, ma che decidono di dedicarti qualche secondo per scrivere due o tre paroline sulla tua bacheca.
Questo avviene, non perché stiano aspettando da 364 giorni di uscire dal guscio della timidezza e aver finalmente un pretesto per rivolgerti la parola, ma semplicemente perché una scrittina in home page li avvisa tutti della ricorrenza.
Oppure perché si accorgono che qualcuno ti ha fatto gli auguri e si ricordano della tua esistenza.
Oppure perché nel corso della giornata tutti ti fanno gli auguri e, vabbè glieli faccio anch'io, che poi sembro proprio maleducato se sono l'unico a non farglieli.
Da questo poi scaturisce un'altro girotondo per il ricevente degli auguri: che faccio?
Rispondo a tutti cercando inutilmente di ideare risposte originali diverse per ognuno?
Sparo a raffica degli asettici "Mi piace" così da far capire che ho letto ogni singolo messaggio senza perdere mezza giornata?
Commento qualcuno e a qualcuno metto solo dei "mi piace", scatenando però un apatico risentimento di vuoleppiùbbenealluicheammè.
A fine giornata scrivo solo un'elegante messaggio di ringraziamento generale, così ho salvato capra e cavoli?

Quest'anno ho deciso di sollevare me e i miei amici da questo simpatico teatrino, effettuando un'azione che probabilmente mi attirerà accuse di snobismo e di burberità: un paio di giorni prima del mio compleanno, ho tolto la mia data di nascita dalle informazioni così che non comparisse nessuna notizia del mio genetliaco.
E qual è il risultato di questo esperimento sociologico?
"They fucking forgot my birthday!"
O meglio, mi sono risparmiato una valanga di "buon compleanno!" fatti tanto per fare: l'anno scorso ho totalizzato 200 auguri (evvai, ho vinto!), mentre quest'anno una ventina. Meglio pochi, ma buoni.
E la maggior parte di questi auguri è avvenuto nel mondo reale o addirittura utilizzando quell'arcaico mezzo di comunicazione qual è il telefono.
Cosa dimostra tutto ciò? Nulla, perché vado a pensare male, sono sicuro che questa differenza numerica è da ricercarsi nel brusco calo di popolarità che ha subito quest'anno la mia persona, dopo quella rissa con le vecchiette.

Detto questo, ho passato uno dei miei soliti compleanni dolceamari, forse un po' meglio del solito perché mi trovavo in un paesino di montagna con poche persone e le solite grosse delusioni/sfighe del 1° gennaio sono arrivate solo di rimbalzo.
Mi sono fatto una passeggiata solitaria notturna, col naso all'insù per vedere le stelle tra gli alberi, per le stradine di un mucchietto di case vedendo dalle finestre famigliole che festeggiavano in salotto o bambini in giardino che si divertivano accendendo stelline scintillanti. [Carlo Alberto Facts: il 1° gennaio, in un intervallo di tempo che può andare da 00:01 alle 03:00, ovunque io mi trovi per la ricorrenza, nel bel mezzo del marasma Happy New Year mi eclisso da tutto e tutti per riflettere sulla Vita, l'Universo e Tutto Quanto]
Dopo dieci anni che non inforcavo un paio di sci, ho passato un intero pomeriggio sulle piste innevate scoprendo che sono ancora capace come se non avessi smesso: non l'avrei mai detto, credevo mi sarei ritrovato molto arrugginito, e invece neanche una caduta, oltre ad essere miracolosamente sopravvissuto a una pista nera imboccata per sbaglio.
E dopo tanto tempo
Insomma, quest'anno dopo tanti compleanni bizzarri posso dire di aver trascorso una giornata stando per buona parte da solo con una persona che mi fa stare un sacco bene: me.

Oh, tutto ciò detto con tutta la serenità del mondo e l'amore per il prossimo che si può avere, ma se non mi credete o non vi tornano i conti, immaginatemi pure mentre dico "SGRUNT!".